Quando spetta il risarcimento e cosa devono fare i genitori
La morte di un bambino durante la gravidanza, soprattutto quando avviene nelle ultime settimane e il parto è ormai vicino, rappresenta uno degli eventi più dolorosi che una famiglia possa affrontare.
Quando il decesso avviene dopo una gravidanza apparentemente regolare oppure erano già comparsi segnali di possibile sofferenza fetale, alterazioni della flussimetria, problemi placentari, riduzione dei movimenti fetali o altri fattori di rischio, è naturale domandarsi se quella morte potesse essere evitata.
Dal punto di vista della responsabilità sanitaria, questa è la domanda centrale.
Non ogni morte endouterina è conseguenza di malasanità. Ma quando il ginecologo o la struttura sanitaria omettono controlli indicati, sottovalutano segnali di rischio o ritardano un intervento che avrebbe potuto salvare il bambino, può sorgere il diritto dei genitori e, in determinate circostanze, degli altri familiari al risarcimento del danno per morte del feto da errore medico.
Posso chiedere il risarcimento se il bambino muore prima del parto?
Sì, quando viene dimostrato che la morte del feto è causalmente riconducibile a una condotta sanitaria negligente, imprudente o imperita.
Il fatto che il bambino non fosse ancora nato non significa che la sua perdita sia giuridicamente irrilevante per i genitori.
Durante la gravidanza si sviluppa progressivamente un rapporto affettivo, familiare e progettuale che può ricevere tutela risarcitoria quando viene definitivamente interrotto da una condotta illecita.
Per ottenere il risarcimento non è però sufficiente che il decesso sia avvenuto durante una gravidanza seguita da un ginecologo.
Bisogna dimostrare che esistesse un comportamento sanitario censurabile e, soprattutto, che una diversa condotta avrebbe avuto concrete possibilità di evitare la morte.
In una causa per malasanità in gravidanza, quindi, devono essere tenuti distinti tre elementi fondamentali
la condotta del medico o della struttura
il decesso del feto
il nesso causale tra l’errore contestato e la morte
È proprio il terzo elemento a costituire spesso il cuore della consulenza medico-legale e del successivo giudizio.
Quanto spetta per la morte di un feto per errore medico?
Non esiste una cifra fissa.
Il risarcimento per morte endouterina da errore medico deve essere determinato sulla base delle conseguenze concretamente subite dai genitori e dagli altri eventuali familiari aventi diritto.
In recenti vicende giudiziarie italiane sono stati riconosciuti risarcimenti complessivi anche di diverse centinaia di migliaia di euro, ma questi importi non possono essere trasformati in una tariffa automatica valida per ogni caso.
Il risarcimento può comprendere diverse componenti.
La principale è normalmente il danno da perdita del rapporto parentale, che riguarda la sofferenza provocata dalla perdita del figlio e lo sconvolgimento della vita familiare.
Può inoltre assumere rilievo il danno biologico psichico quando il lutto non si esaurisca nella normale sofferenza emotiva ma determini una vera patologia clinicamente accertabile, come un disturbo depressivo o un lutto patologico persistente.
Possono infine essere risarciti gli eventuali danni patrimoniali concretamente riconducibili all’evento, purché siano adeguatamente allegati e dimostrati.
La liquidazione deve quindi essere individualizzata.
Non esiste un valore matematico del dolore per la perdita di un figlio.
I genitori hanno diritto al danno parentale per la morte del feto?
La perdita del bambino può determinare un autonomo danno da perdita del rapporto parentale in capo ai genitori quando il decesso sia imputabile a responsabilità sanitaria.
Questo danno non deve essere confuso con il solo dolore soggettivo del lutto.
La perdita coinvolge anche la dimensione relazionale della famiglia e il progetto di genitorialità ormai concretamente sviluppatosi durante la gravidanza.
Più la gestazione è avanzata, più possono assumere rilevanza elementi concreti quali la preparazione alla nascita, il coinvolgimento dei genitori, le aspettative familiari e la prossimità del parto.
Ciò non significa che esista un automatismo risarcitorio basato esclusivamente sulla settimana di gravidanza.
Il giudice deve valutare l’intera situazione familiare e le conseguenze effettivamente prodotte dalla perdita.
Anche i nonni e gli altri familiari possono chiedere il risarcimento?
In determinate circostanze può essere prospettato un danno anche da parte di altri familiari.
La sola esistenza di un rapporto di parentela non comporta però automaticamente il diritto al risarcimento.
Occorre dimostrare la concreta esistenza di un rapporto affettivo e familiare significativo e le effettive conseguenze della perdita.
La posizione dei genitori è naturalmente quella più immediatamente coinvolta, ma nei casi concreti può rendersi necessaria una valutazione più ampia del nucleo familiare.
Quando il ginecologo è responsabile della morte del bambino?
Il ginecologo non è responsabile semplicemente perché la gravidanza ha avuto un esito tragico.
La responsabilità può sorgere quando il medico non tiene una condotta conforme a quella esigibile nel concreto contesto clinico e tale omissione o errore abbia avuto rilevanza causale nel decesso.
Tra le situazioni che possono richiedere un approfondimento medico-legale rientrano il mancato riconoscimento di una sofferenza fetale, la sottovalutazione di anomalie ecografiche o flussimetriche, l’omesso monitoraggio di una gravidanza diventata a rischio, la mancata esecuzione di ulteriori accertamenti, il ritardo nell’indicazione al ricovero, la tardiva decisione di anticipare il parto o di eseguire un taglio cesareo e l’omessa considerazione di segnali compatibili con una possibile insufficienza placentare.
Il punto fondamentale è sempre lo stesso.
Occorre stabilire che cosa avrebbe dovuto fare il medico in quel momento specifico e che cosa sarebbe probabilmente accaduto se lo avesse fatto.
Una flussimetria alterata può richiedere controlli più frequenti?
Sì, in determinate condizioni.
La flussimetria Doppler viene utilizzata per valutare alcuni aspetti della circolazione materno-fetale e può fornire informazioni importanti sulla funzionalità placentare e sulle condizioni del feto.
Un singolo dato alterato non significa automaticamente che vi sia un’emergenza né che il parto debba essere immediatamente anticipato.
La sua importanza dipende dal quadro complessivo.
Devono essere considerati l’epoca gestazionale, la crescita fetale, la quantità di liquido amniotico, gli altri parametri ecografici, le condizioni materne, eventuali patologie concomitanti e l’evoluzione dei controlli precedenti.
Quando emergono anomalie significative, può diventare necessario intensificare la sorveglianza.
In una successiva causa per responsabilità sanitaria, una delle domande più importanti sarà quindi capire se i controlli programmati fossero adeguati al livello di rischio concretamente esistente.
Flussimetria alterata e morte fetale significano automaticamente errore medico?
No.
Questo automatismo deve essere evitato.
Una flussimetria anomala può rappresentare un segnale importante, ma per sostenere una responsabilità sanitaria bisogna dimostrare che quel segnale imponesse ulteriori iniziative, che tali iniziative siano state omesse e che la loro tempestiva esecuzione avrebbe avuto concrete possibilità di evitare il decesso.
La consulenza medico-legale deve quindi ricostruire la gravidanza in maniera dinamica.
Non basta esaminare l’ultima visita.
Bisogna verificare l’evoluzione dei valori e dei sintomi nel tempo.
Quali altri segnali possono richiedere approfondimenti durante la gravidanza?
Quando si valuta una morte fetale sospetta, devono essere esaminati tutti gli elementi che avrebbero potuto indicare un aumento del rischio.
Possono assumere rilevanza, a seconda del caso, alterazioni della crescita fetale, variazioni della quantità di liquido amniotico, riduzione dei movimenti fetali riferita dalla madre, anomalie cardiotocografiche, problemi placentari, condizioni materne patologiche e altri dati clinici che richiedessero una sorveglianza più intensa.
Nessuno di questi elementi, isolatamente considerato, dimostra la colpa del medico.
La responsabilità emerge dalla loro corretta interpretazione nel contesto clinico complessivo.
Cosa fare se il bambino muore a fine gravidanza?
Quando avviene una morte endouterina a termine o nelle ultime settimane di gravidanza, è importante agire con lucidità e tempestività perché alcuni elementi diagnostici potrebbero non essere più recuperabili successivamente.
Le attività più importanti sono cinque
- Richiedere immediatamente tutta la documentazione sanitaria relativa alla gravidanza, comprese ecografie, flussimetrie, tracciati cardiotocografici, visite, esami di laboratorio, accessi al pronto soccorso, cartella ostetrica e documentazione del ricovero
- Acquisire, quando disponibili, le immagini diagnostiche originali e non soltanto i referti
- Verificare l’opportunità di eseguire esami sul feto e sulla placenta, compreso l’esame anatomopatologico o autoptico quando clinicamente e giuridicamente indicato
- Far esaminare la documentazione da un medico-legale affiancato da specialisti in ginecologia e ostetricia
- Evitare di impostare una richiesta risarcitoria prima di avere ricostruito il nesso causale tra le eventuali omissioni e la morte del bambino
La tempestività è particolarmente importante quando esistano elementi biologici o anatomopatologici ancora disponibili.
Perché l’esame della placenta può essere così importante?
In alcuni casi la placenta può fornire informazioni decisive sulla causa della morte.
L’esame anatomopatologico può contribuire a individuare alterazioni vascolari, fenomeni infiammatori, insufficienza placentare o altre condizioni compatibili con una compromissione degli scambi materno-fetali.
Naturalmente la presenza di una determinata alterazione non dimostra da sola la responsabilità del ginecologo.
Può però aiutare a ricostruire il meccanismo del decesso e a stabilire se i segnali precedentemente disponibili avrebbero dovuto indurre a modificare la gestione della gravidanza.
Come dimostrare la malasanità durante la gravidanza?
La prova della responsabilità sanitaria non nasce da una singola frase della cartella clinica.
Deve essere costruita attraverso una ricostruzione completa e cronologica.
Occorre confrontare ciò che i medici sapevano in ogni momento con ciò che avrebbero dovuto fare secondo le conoscenze scientifiche e le condizioni concrete della paziente.
La consulenza medico-legale deve quindi rispondere a domande molto precise.
Quando è comparso il primo elemento di rischio
Era riconoscibile
Quali controlli erano indicati
Sono stati effettuati
Con quale frequenza
Quali decisioni avrebbero dovuto essere assunte
La morte sarebbe stata evitabile anticipando il parto o adottando una diversa strategia assistenziale
Solo quando queste domande ricevono risposte scientificamente e giuridicamente sostenibili può essere formulata una seria richiesta di risarcimento.
La cartella clinica è sufficiente per dimostrare l’errore?
Non sempre.
La cartella clinica è fondamentale, ma può essere necessario esaminare anche la documentazione ambulatoriale, le immagini ecografiche, i tracciati, gli esami ematici, i referti Doppler, la documentazione relativa alla placenta e gli eventuali accertamenti anatomopatologici.
In alcuni casi può assumere rilievo anche la cronologia dei contatti tra la paziente e i sanitari.
La valutazione medico-legale deve quindi essere costruita sull’intero percorso assistenziale.
Quanto tempo ho per chiedere il risarcimento?
I termini di prescrizione dipendono dal soggetto contro il quale viene esercitata l’azione e dal titolo della responsabilità.
Nelle controversie sanitarie la posizione della struttura e quella del singolo sanitario possono essere soggette a regimi differenti.
Per questo è prudente non attendere gli ultimi anni utili per iniziare l’analisi del caso.
Una valutazione precoce consente anche di acquisire più facilmente documentazione, immagini e altri elementi probatori.
Bisogna denunciare penalmente il ginecologo per ottenere il risarcimento?
No.
La domanda civile di risarcimento e l’eventuale procedimento penale sono strumenti differenti.
Presentare una denuncia non rappresenta un passaggio automaticamente necessario per ottenere il risarcimento.
Prima di decidere quale iniziativa intraprendere è preferibile verificare con una valutazione medico-legale se esistano realmente elementi di responsabilità e quale sia la strategia più adatta.
Come si calcola il danno psicologico della madre?
La sofferenza per la perdita del bambino non deve essere confusa con un disturbo psichiatrico.
Quando tuttavia il lutto produce una vera compromissione della salute, documentata clinicamente e causalmente collegata all’evento, può essere riconosciuto un danno biologico psichico.
La quantificazione richiede un accertamento medico-legale.
Devono essere valutati la diagnosi, la durata della sintomatologia, le cure necessarie, l’incidenza sulla vita quotidiana e l’eventuale permanenza di postumi.
Morte del feto e danno del padre
Anche l’altro genitore può subire un grave danno personale per la perdita del bambino.
Il fatto che non abbia vissuto direttamente la gravidanza sul piano biologico non rende meno rilevante il rapporto genitoriale che si stava formando.
Il suo danno deve essere valutato autonomamente, considerando la sofferenza, il rapporto familiare, il progetto genitoriale e le concrete modificazioni della vita provocate dalla perdita.
Quando conviene far valutare il caso?
Quando esistono dubbi seri sulla gestione della gravidanza, è utile far esaminare il caso prima possibile.
Sono particolarmente meritevoli di approfondimento le situazioni nelle quali vi siano state anomalie flussimetriche non rivalutate, riduzione dei movimenti fetali sottovalutata, controlli distanziati nonostante una gravidanza a rischio, ripetuti accessi sanitari senza approfondimenti, sospetta insufficienza placentare, alterazioni della crescita o un decesso improvviso avvenuto pochi giorni prima del parto programmato.
La presenza di uno di questi elementi non prova automaticamente la malasanità.
Significa però che la documentazione merita una verifica specialistica.
Morte endouterina per errore medico: la domanda decisiva
Quando un bambino muore prima del parto, nessuna causa può restituire alla famiglia ciò che è stato perduto.
Ma dal punto di vista medico-legale esiste una domanda alla quale è possibile e doveroso cercare di rispondere
quella morte era inevitabile oppure esisteva una concreta possibilità di evitarla attraverso una corretta assistenza sanitaria
È da questa risposta che dipende la possibilità di dimostrare una responsabilità e di ottenere il risarcimento.
La valutazione deve essere rigorosa perché tutela entrambe le esigenze fondamentali della responsabilità sanitaria
non attribuire ai medici eventi inevitabili
ma neppure lasciare senza tutela una famiglia quando un decesso poteva essere evitato attraverso controlli e interventi appropriati.
Hai perso il tuo bambino durante la gravidanza e vuoi capire se poteva essere salvato?
Stop Malasanità può esaminare il percorso della gravidanza insieme a professionisti medico-legali e specialisti, verificando la documentazione, la cronologia dei controlli, le eventuali anomalie flussimetriche e il possibile rapporto tra la condotta sanitaria e la morte del bambino.
Siamo attivi 24 ore su 24, 7 giorni su 7.
L’assistenza, nei casi presi in carico secondo la formula prevista dal servizio, è senza anticipazione di spese e il compenso è dovuto solo a risultato ottenuto, secondo le condizioni concordate.
Stop Malasanità sarà al tuo fianco per darti la forza e l’assistenza che servono per ottenere giustizia.
Perché dietro ogni caso non c’è una pratica.
C’è una persona. C’è una famiglia. C’è una vita che merita rispetto.
Contattaci 24/24 e 7/7 al 351 7466753 oppure scrivici su stopmalasanita.it


