Infezioni ospedaliere e malasanità (Cass. n. 17145/2025)
Le infezioni contratte durante il ricovero ospedaliero rappresentano una delle forme più frequenti e gravi di malasanità. Non si tratta di eventi inevitabili: in molti casi sono prevenibili attraverso protocolli rigorosi di igiene e controllo.
Con l’ordinanza n. 17145 del 25 giugno 2025, la Corte di Cassazione ha ribadito principi fondamentali in materia di responsabilità sanitaria per infezioni nosocomiali, chiarendo quando la struttura sanitaria può essere chiamata a risarcire il paziente contagiato durante il ricovero.
Cos’è un’infezione ospedaliera (infezione nosocomiale)
Si parla di infezione nosocomiale quando il paziente contrae una malattia infettiva durante il ricovero o a seguito di cure sanitarie, senza esserne affetto al momento dell’ingresso in ospedale.
Le più comuni includono:
- infezioni da batteri resistenti agli antibiotici
- infezioni del sito chirurgico
- polmoniti da ventilazione
- infezioni urinarie da catetere
- epatiti virali trasmesse per via ematica
Queste infezioni possono comportare conseguenze gravi, permanenti o addirittura fatali.
Il caso: contagio dopo intervento chirurgico
Il paziente si era sottoposto a un intervento ortopedico con esami pre-operatori negativi per infezioni virali. Dopo un lungo periodo di degenza ospedaliera, le analisi successive avevano evidenziato un significativo aumento delle transaminasi e la successiva positività al virus dell’epatite C.
Ritenendo che il contagio fosse avvenuto durante il ricovero, il paziente aveva agito in giudizio per ottenere il risarcimento dei danni.
I giudici di merito avevano rigettato la domanda sostenendo che non fosse provato con certezza che l’infezione fosse stata contratta in ospedale.
Il principio della Cassazione: basta la probabilità prevalente
La Corte Suprema ha censurato questa impostazione, ricordando che nel diritto civile non è richiesta la certezza assoluta, ma la regola del “più probabile che non”.
Se:
- il paziente era sano all’ingresso
- la malattia si manifesta subito dopo la dimissione
- il periodo di incubazione è compatibile con il ricovero
il giudice deve valutare seriamente la possibilità che il contagio sia avvenuto in ambito ospedaliero.
Nel caso concreto, la comparsa della malattia poche settimane dopo la dimissione era compatibile con il periodo di incubazione del virus.
Chi deve provare cosa: l’onere della prova nelle infezioni ospedaliere
Uno dei punti più importanti riguarda la ripartizione dell’onere della prova.
Il paziente deve dimostrare:
- di non essere infetto prima del ricovero
- di aver contratto la malattia successivamente
- la compatibilità temporale con l’ospedalizzazione
La struttura sanitaria deve dimostrare:
- di aver adottato tutte le misure preventive necessarie
- di aver rispettato i protocolli igienico-sanitari
- l’assenza di negligenza organizzativa
Non basta affermare genericamente di aver rispettato le regole.
Le misure di prevenzione che l’ospedale deve provare
La Cassazione ha indicato con precisione quali elementi devono essere documentati per escludere la responsabilità.
Tra questi:
- protocolli di sterilizzazione degli ambienti e degli strumenti
- modalità di gestione della biancheria e dei rifiuti sanitari
- sistemi di sanificazione e disinfezione
- controllo delle infezioni e sorveglianza microbiologica
- qualità dell’aria e impianti di ventilazione
- controllo dell’accesso dei visitatori
- profilassi del personale sanitario
- sistemi di monitoraggio dei germi patogeni
Se la struttura non produce questa documentazione, il giudice può ricorrere a presunzioni a favore del paziente.
Il ruolo delle presunzioni e della “vicinanza della prova”
La Corte sottolinea un principio fondamentale della responsabilità sanitaria: la prova deve gravare su chi è più vicino ai fatti.
Poiché solo la struttura sanitaria possiede i dati organizzativi e i protocolli interni, la mancata produzione di tali documenti può costituire elemento decisivo per affermarne la responsabilità.
Perché la sentenza è importante
La decisione rafforza la tutela dei pazienti, perché:
- riconosce che il contagio ospedaliero può essere dimostrato anche per presunzioni
- chiarisce che non serve individuare la singola causa precisa del contagio
- impone agli ospedali un elevato standard di prova liberatoria
- valorizza la compatibilità temporale tra ricovero e insorgenza della malattia
In sostanza, non è il paziente a dover dimostrare ogni dettaglio tecnico dell’infezione.
Quando si configura la malasanità per infezione ospedaliera
La responsabilità può emergere quando:
- l’infezione non era presente prima del ricovero
- si manifesta durante o subito dopo la degenza
- la struttura non prova di aver adottato tutte le misure preventive
- non vi sono cause alternative plausibili
Quali danni possono essere risarciti
Il risarcimento può includere:
- danno biologico permanente
- danno temporaneo per la malattia e le cure
- danno morale per la sofferenza subita
- spese mediche e assistenziali
- perdita della capacità lavorativa
- eventuali danni ai familiari
Nei casi più gravi, gli importi possono essere molto elevati.
Come capire se l’infezione è stata contratta in ospedale
È fondamentale analizzare:
- esami pre-ricovero
- cartella clinica
- tempi di insorgenza dei sintomi
- referti microbiologici
- protocolli di prevenzione adottati
Una valutazione medico-legale specialistica è sempre necessaria.
Conclusione
Le infezioni ospedaliere non sono inevitabili e, quando derivano da carenze organizzative o igieniche, configurano responsabilità sanitaria.
La Cassazione n. 17145/2025 ribadisce che il paziente non è indifeso: se la malattia insorge dopo il ricovero e la struttura non dimostra di aver fatto tutto il possibile per prevenirla, può essere tenuta a risarcire i danni.
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