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Cosa deve provare l’ospedale per evitare il risarcimento

Un paziente entra in ospedale per una frattura del femore. Viene operato, sottoposto a cateterismo e successivamente dimesso.

Pochi giorni dopo deve essere nuovamente ricoverato.

Gli esami rilevano un’infezione delle vie urinarie da Serratia marcescens, resistente a diversi antibiotici. Nonostante la terapia, le condizioni peggiorano fino alla sepsi e il paziente muore.

Quando un’infezione viene contratta in ospedale, chi deve dimostrare che siano state adottate tutte le misure necessarie per evitarla?

È sufficiente per l’ospedale affermare di avere rispettato i protocolli?

Basta dimostrare che il letto è stato sanificato o che è stata effettuata la profilassi antibiotica?

La Corte di Cassazione, Terza Sezione Civile, con l’ordinanza n. 24916/2026, offre indicazioni molto importanti per i pazienti e per i familiari delle persone decedute a seguito di infezioni correlate all’assistenza.

Il principio fondamentale è questo:

la responsabilità dell’ospedale per un’infezione nosocomiale non è automatica, ma quando il paziente dimostra il collegamento causale tra l’infezione e il danno, spetta alla struttura fornire una prova concreta e specifica delle misure adottate per prevenire l’infezione.

E questa prova può essere molto più complessa di quanto si possa pensare.

Il caso: ricovero per una frattura, infezione da Serratia e morte per sepsi

Il paziente era stato ricoverato il 27 ottobre 2013 presso l’Ospedale San Salvatore dell’Aquila dopo una caduta accidentale che aveva provocato una frattura del femore destro.

Il 30 ottobre veniva sottoposto all’intervento chirurgico.

Il 7 novembre veniva dimesso.

Soltanto quattro giorni dopo, tuttavia, era necessario un nuovo ricovero.

Durante questa seconda degenza un’urinocoltura rilevava un’infezione delle vie urinarie provocata da Serratia marcescens, resistente a diversi antibiotici.

Nonostante la somministrazione di una terapia antibiotica mirata, il paziente moriva il 24 novembre.

Tra le diagnosi risultavano sepsi, infezione delle vie urinarie, cardiopatia ipertensiva e sindrome da immobilizzazione.

I familiari chiedevano quindi il risarcimento dei danni sostenendo che l’infezione fosse stata contratta in ospedale e avesse contribuito alla morte.

L’infezione era stata contratta in ospedale?

Nel giudizio era emerso un dato molto importante.

La Corte d’Appello aveva ritenuto provato che il paziente avesse contratto l’infezione delle vie urinarie in ambito ospedaliero, presumibilmente in conseguenza dell’utilizzo del catetere vescicale.

Al momento del primo ricovero il quadro leucocitario era normale, mentre alla dimissione risultava instabile.

La CTU aveva inoltre evidenziato un altro elemento di grande rilievo: la struttura sanitaria non aveva fornito una “prova positiva” di avere adottato tutte le procedure necessarie di prevenzione, sanificazione e asepsi indicate dalla normativa e dalle linee guida internazionali per evitare o ridurre il rischio di infezioni nosocomiali.

Ed è proprio su questo punto che interviene la Cassazione.

Infezione ospedaliera: chi deve provare che cosa?

Questa è una delle domande più importanti per chi sospetta una morte o un grave danno provocato da un’infezione ospedaliera.

La Cassazione ribadisce la distinzione tra gli oneri probatori.

Il paziente deve provare il nesso causale tra il trattamento sanitario e l’aggravamento delle proprie condizioni o l’insorgenza di una nuova patologia.

Una volta ricostruita la derivazione nosocomiale dell’infezione, però, la struttura sanitaria deve dimostrare di avere correttamente adempiuto ai propri obblighi di prevenzione.

Con specifico riferimento alle infezioni ospedaliere, deve quindi provare di avere adottato tutte le cautele richieste dalla normativa e dalle leges artis e di avere concretamente applicato i protocolli di prevenzione nel caso specifico.

La responsabilità dell’ospedale, dunque, non è oggettiva.

Il semplice fatto che un paziente abbia contratto un’infezione durante un ricovero non determina automaticamente il diritto al risarcimento.

Ma neppure può essere il paziente a dover dimostrare dall’esterno tutte le singole omissioni organizzative, igieniche e preventive interne alla struttura.

L’ospedale può limitarsi a dire che ha rispettato i protocolli?

No.

Ed è probabilmente questo uno degli aspetti della pronuncia più importanti per i pazienti.

Non è sufficiente una generica affermazione secondo cui l’ospedale applica protocolli di prevenzione delle infezioni.

Occorre dimostrare quali misure fossero previste e quali siano state effettivamente adottate.

Nel caso esaminato, la Corte d’Appello aveva attribuito rilievo, tra l’altro, alla presenza nella cartella clinica di un certificato relativo alla pulizia e sanificazione del posto letto.

La Cassazione ha ritenuto insufficiente questa valutazione perché non teneva adeguatamente conto dell’intero contenuto della CTU e degli oneri probatori gravanti sulla struttura sanitaria.

Cosa deve provare concretamente l’ospedale in caso di infezione nosocomiale?

La Cassazione richiama il proprio precedente orientamento e indica una serie molto articolata di elementi che possono assumere rilevanza.

La struttura può essere chiamata a documentare i protocolli di disinfezione, disinfestazione e sterilizzazione degli ambienti e dei materiali.

Possono essere rilevanti le modalità di lavaggio e disinfezione della biancheria, lo smaltimento dei rifiuti, la preparazione e l’utilizzo dei disinfettanti, la qualità dell’aria e degli impianti di condizionamento.

Devono inoltre poter essere valutati i sistemi di sorveglianza delle infezioni, i dati microbiologici di laboratorio, il monitoraggio dei germi patogeni sentinella, il rapporto numerico tra personale e pazienti e persino gli orari nei quali sono state effettivamente eseguite le attività di prevenzione.

La Suprema Corte richiama inoltre gli specifici obblighi che possono gravare sulle diverse figure responsabili dell’organizzazione sanitaria.

Il principio pratico è molto chiaro:

non basta dimostrare che un protocollo esiste.

Bisogna poter dimostrare che le misure necessarie sono state concretamente applicate.

Un certificato di pulizia del letto basta a escludere la responsabilità dell’ospedale?

Non necessariamente.

Nel caso esaminato era presente un certificato di pulizia e sanificazione del posto letto eseguita durante il ricovero.

Ma la Cassazione ha censurato proprio il fatto che la Corte territoriale avesse sostanzialmente limitato a questo elemento la propria valutazione dell’adempimento della struttura.

La prevenzione delle infezioni correlate all’assistenza è un sistema molto più complesso.

Pulizia degli ambienti, sterilizzazione, procedure relative ai dispositivi invasivi, igiene, sorveglianza microbiologica, gestione del personale e concreta applicazione dei protocolli devono essere valutati nel loro insieme, in relazione alla specifica infezione verificatasi.

Infezione da catetere: quando può esserci responsabilità dell’ospedale?

Il caso è particolarmente interessante perché l’infezione delle vie urinarie era stata ritenuta presumibilmente collegata al catetere vescicale.

I dispositivi invasivi possono costituire una possibile via di ingresso per i microrganismi.

Questo non significa che ogni infezione successiva a un cateterismo sia automaticamente dovuta a un errore.

Occorre valutare se il catetere fosse necessario, quando sia stato posizionato, quanto tempo sia rimasto in sede, quali procedure siano state utilizzate per il suo inserimento e la sua gestione e se siano state rispettate le misure di prevenzione previste per quel particolare dispositivo.

Proprio perché molte di queste informazioni sono nella disponibilità della struttura sanitaria, la documentazione ospedaliera assume un ruolo determinante.

Che cos’è la Serratia marcescens?

La Serratia marcescens è un batterio Gram-negativo appartenente alla famiglia degli enterobatteri.

Nella vicenda esaminata dalla Cassazione viene descritta come un germe opportunista, normalmente non pericoloso ma potenzialmente capace di provocare infezioni soprattutto in condizioni di maggiore vulnerabilità del paziente.

In ambito sanitario, tuttavia, non basta identificare il microrganismo.

Bisogna ricostruire quando e dove sia stata verosimilmente contratta l’infezione, quale ne sia stata la porta d’ingresso, quali dispositivi siano stati utilizzati, quali misure preventive siano state adottate e se diagnosi e terapia siano state tempestive.

Come si dimostra che un’infezione è stata contratta in ospedale?

La Cassazione richiama tre criteri particolarmente importanti.

Il criterio temporale: bisogna considerare quando l’infezione si è manifestata rispetto al ricovero, all’intervento e alle dimissioni.

Il criterio topografico: occorre valutare la sede dell’infezione e il suo possibile rapporto con l’intervento o con i dispositivi utilizzati.

Il criterio clinico: devono essere considerate le caratteristiche specifiche dell’infezione e le misure preventive che avrebbero dovuto essere adottate.

Questi elementi devono essere valutati secondo il criterio civilistico della probabilità prevalente, cioè del “più probabile che non”.

Cosa succede se l’ospedale non riesce a dimostrare le misure adottate?

È un punto decisivo.

Una volta accertata secondo le regole della causalità civile l’origine nosocomiale dell’infezione, la struttura non può limitarsi ad affermare che le infezioni ospedaliere sono un rischio non completamente eliminabile.

È vero che non tutte le infezioni possono essere prevenute.

Ed è proprio per questo che la responsabilità non è automatica.

Ma la struttura deve fornire la prova dell’adozione delle misure concretamente esigibili per prevenire quel rischio.

Se questa prova manca, l’omissione può assumere rilevanza nell’accertamento della responsabilità.

Le infezioni ospedaliere sono sempre evitabili?

No.

La stessa giurisprudenza esclude una responsabilità oggettiva dell’ospedale.

Anche una struttura che rispetta correttamente tutte le misure di prevenzione può trovarsi di fronte a un’infezione.

La domanda giuridicamente corretta, quindi, non è:

“il paziente ha contratto un’infezione in ospedale?”

ma:

“la struttura ha adottato e può dimostrare di avere concretamente applicato tutte le misure di prevenzione esigibili nel caso specifico?”

È questa distinzione che separa una complicanza infettiva non imputabile da una possibile ipotesi di responsabilità sanitaria.

Una dimissione troppo precoce può costituire errore medico?

Sì, quando le condizioni del paziente avrebbero richiesto la prosecuzione dell’osservazione o delle cure.

Nella vicenda esaminata, la CTU aveva definito “incauta” la dimissione del 7 novembre perché, pur in assenza di febbre, il paziente presentava un quadro leucocitario instabile con tendenza alla crescita.

La vicenda dimostra un principio importante anche al di là delle infezioni ospedaliere.

La decisione di dimettere un paziente deve essere valutata sulla base delle sue condizioni cliniche complessive.

L’assenza di un singolo sintomo, come la febbre, non esclude necessariamente l’esistenza di altri segnali che richiedano approfondimenti o monitoraggio.

Se una dimissione incauta anticipa la morte, il danno è risarcibile?

La sentenza impugnata aveva riconosciuto la responsabilità della struttura per l’anticipazione della morte conseguente alla dimissione incauta.

La Corte d’Appello aveva richiamato il principio secondo cui il tempo costituisce una componente essenziale del bene vita: anche quando il paziente presenti una situazione patologica grave, una condotta imputabile che anticipi il decesso può assumere rilevanza causale.

Nel caso concreto, tuttavia, la Cassazione ha ritenuto necessario riesaminare una questione ancora più radicale: se la responsabilità della struttura dovesse essere valutata anche rispetto alla stessa insorgenza dell’infezione nosocomiale e non soltanto rispetto alla successiva dimissione.

Il paziente fragile o immunodepresso ha meno tutela?

No.

La presenza di patologie pregresse o di una condizione di fragilità deve essere considerata nella ricostruzione causale, ma non elimina automaticamente la responsabilità sanitaria.

Anzi, una maggiore vulnerabilità del paziente può rendere particolarmente importante la corretta applicazione delle misure preventive.

Occorre distinguere tra la causa naturale rappresentata dalle condizioni pregresse e l’eventuale contributo causale della condotta sanitaria.

La domanda è sempre controfattuale:

che cosa sarebbe verosimilmente accaduto se l’infezione non fosse stata contratta oppure se fosse stata tempestivamente individuata e trattata?

Nel caso esaminato, il CTU aveva dichiarato che, se il paziente non avesse contratto l’infezione nosocomiale, “con alta probabilità avrebbe avuto una fisiologica sopravvivenza”.

La Cassazione ha definitivamente condannato l’ospedale per la morte?

No.

È importante non attribuire alla decisione un significato che non ha.

La Cassazione ha accolto i primi tre motivi di ricorso, cassato la sentenza della Corte d’Appello dell’Aquila e rinviato la causa alla stessa Corte in diversa composizione.

Sarà quindi il giudice del rinvio a riesaminare la vicenda applicando i principi indicati dalla Suprema Corte.

La Cassazione non ha pertanto stabilito definitivamente l’intero ammontare del risarcimento né concluso definitivamente il giudizio sulla responsabilità.

Ha però censurato il modo in cui erano stati valutati elementi istruttori e onere della prova.

Cosa devono fare i familiari in caso di morte per sospetta infezione ospedaliera?

Quando un paziente muore dopo avere contratto un’infezione durante un ricovero, è fondamentale ricostruire rapidamente l’intero percorso sanitario.

Occorre acquisire la cartella clinica completa, i fogli terapia, gli esami ematochimici e microbiologici, le antibiogrammi, la documentazione relativa ai dispositivi invasivi, le schede infermieristiche e ogni informazione relativa alla comparsa dei primi segni dell’infezione.

Bisogna ricostruire con precisione le date:

quando il paziente è stato ricoverato;

quando è stato sottoposto all’intervento;

quando è stato posizionato il catetere o altro dispositivo;

quando sono comparsi i primi segni di infezione;

quando sono stati eseguiti gli esami microbiologici;

quando è iniziata la terapia antibiotica;

quando è avvenuta la dimissione;

quando si è verificato l’eventuale nuovo ricovero.

Nei casi di decesso può assumere particolare importanza anche l’accertamento autoptico, quando indicato e ancora possibile, con l’assistenza di un proprio medico legale.

Solo una ricostruzione medico-legale completa può stabilire se l’infezione rappresenti una complicanza non imputabile oppure se esistano elementi per ipotizzare una responsabilità sanitaria.

Quali danni possono chiedere i familiari in caso di morte per infezione ospedaliera?

Se viene dimostrato che una condotta sanitaria causalmente rilevante ha provocato o anticipato il decesso, i familiari possono, ricorrendone i presupposti, chiedere il risarcimento dei danni subiti direttamente per la perdita del rapporto parentale.

La valutazione è individuale e tiene conto della concreta relazione esistente con la persona deceduta.

Possono inoltre venire in considerazione eventuali danni patrimoniali dimostrabili.

Diversa è la posizione dei danni maturati direttamente dalla vittima prima della morte e successivamente trasmessi agli eredi.

La loro risarcibilità dipende dalle caratteristiche concrete del periodo intercorrente tra la lesione e il decesso, dalle condizioni della persona e dalla tipologia di pregiudizio effettivamente maturato.

Infezione ospedaliera: non basta dire “era una complicanza”

Questo è probabilmente il messaggio più importante della decisione.

Non ogni infezione ospedaliera costituisce malasanità.

Ma non è sufficiente neppure qualificare l’infezione come una possibile complicanza per escludere la responsabilità.

Bisogna ricostruire ciò che è realmente accaduto.

Da dove proveniva l’infezione?

Quando è stata contratta?

Era collegata a un catetere o a un altro dispositivo?

Quali protocolli di prevenzione erano previsti?

Sono stati effettivamente applicati?

Esiste la documentazione che lo dimostra?

Quando sono comparsi i primi segnali?

La diagnosi è stata tempestiva?

La terapia antibiotica era appropriata?

La dimissione era clinicamente prudente?

Sono queste le domande che possono trasformare il sospetto di malasanità in un accertamento medico-legale fondato.

Domande frequenti sulle infezioni ospedaliere e sul risarcimento

Un’infezione contratta in ospedale dà automaticamente diritto al risarcimento?

No. La responsabilità della struttura sanitaria non è oggettiva. Devono essere accertati il nesso causale e gli altri presupposti della responsabilità. La struttura, dal canto suo, deve dimostrare l’adozione e la concreta applicazione delle misure preventive esigibili.

Chi deve dimostrare che l’ospedale ha rispettato i protocolli anti-infezione?

Quando è stata dimostrata secondo le regole civilistiche la derivazione nosocomiale dell’infezione, compete alla struttura fornire la prova dell’adozione delle cautele e dell’applicazione dei protocolli di prevenzione richiesti nel caso concreto.

Un’infezione da catetere può essere malasanità?

Può esserlo, ma non automaticamente. Devono essere valutati necessità, posizionamento, gestione e durata del catetere, misure di asepsi, caratteristiche dell’infezione e tempestività della diagnosi e del trattamento.

Cos’è la Serratia marcescens?

È un batterio Gram-negativo opportunista che può provocare infezioni soprattutto nei pazienti vulnerabili. Nel caso esaminato dalla Cassazione era stata identificata in un’infezione delle vie urinarie insorta nel contesto del ricovero.

La sepsi contratta in ospedale può dare diritto al risarcimento?

Sì, quando vengono dimostrati i presupposti della responsabilità e il collegamento causale tra le condotte imputabili alla struttura, l’infezione, la sepsi e il danno subito.

Se l’ospedale dimostra di avere pulito il letto è sufficiente?

Non necessariamente. La prevenzione delle infezioni ospedaliere comprende numerose misure organizzative, ambientali, microbiologiche e assistenziali. La loro rilevanza deve essere valutata rispetto alla specifica infezione.

Una dimissione precoce con infezione in corso può essere un errore medico?

Può esserlo se le condizioni cliniche e gli esami disponibili avrebbero richiesto ulteriori controlli, osservazione o trattamento. Nel caso esaminato la dimissione era stata definita incauta dalla CTU.

Se il paziente era anziano o già malato si può comunque ottenere un risarcimento?

Le patologie preesistenti non escludono automaticamente la responsabilità. Occorre stabilire quale incidenza causale abbia avuto l’infezione o la condotta sanitaria sul peggioramento e sull’eventuale anticipazione del decesso.

Hai perso un familiare dopo un’infezione contratta in ospedale?

La presenza di un’infezione, di una sepsi o di uno shock settico dopo un ricovero non consente, da sola, di affermare che vi sia stata malasanità.

Ma neppure è sufficiente sentirsi rispondere che “le infezioni ospedaliere possono accadere”.

Occorre verificare il singolo caso.

Bisogna accertare l’origine dell’infezione, ricostruire la gestione dei dispositivi invasivi, verificare le misure preventive adottate, studiare gli esami microbiologici e l’antibiogramma e valutare la tempestività della diagnosi e della terapia.

L’ordinanza della Cassazione n. 24916/2026 ribadisce un principio essenziale: una volta accertati i presupposti indicati dalla giurisprudenza, la struttura sanitaria deve fornire una prova concreta dell’adozione delle misure di prevenzione. Non basta una generica affermazione di correttezza organizzativa.

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